A day so white, so white…

«Il colore, come si sposta, occupa lo spazio e noi entriamo. Non v’è più la cornice che delimitava lo spazio. Togliendola, il colore assume lo spazio e invade lo spazio. E quando questa cosa riesce, è miracolosa».

(Ettore Spalletti, 2005)

Un giorno così bianco, così bianco è la mostra dedicata a Ettore Spalletti che si tiene al museo MADRe a Napoli, e articolata sul territorio italiano attraverso delle mostre parallele: una alla GAM di Torino e una al MAXXI di Roma. L’idea che coinvolge tre centri per l’arte contemporanea italiana è singolare e tenta di ristabilire una sana pratica espositiva itinerante che non sia nel circuito delle mostre cosiddette “blockbuster”.
La mostra allestita al MADRe si presenta connotata di tutte le peculiarità del luogo. Infatti il museo partenopeo, oltre ad essere ospitato in un incantevole palazzo storico, ha mantenuto volontariamente nell’allestimento la comunicazione con lo spazio esterno. Quasi tutte le sale presentano aperture che mostrano scorci del quartiere, che in questo caso partecipano con le opere in mostra creandone un’ulteriore chiave di lettura.
Sapientemente l’opera di Spalletti si inserisce nel contesto del MADRe, non solo con l’architettura ma anche con le opere presenti. Peculiarità del museo sono infatti una serie di opere site specific e l’apertura della mostra unisce una di queste opere, Scribbles di Sol Lewitt (2005), con i Vasi di Ettore Spalletti (1982) in una comunione tra esperienze cronologicamente lontane ma che si sfiorano nell’approccio con la luce e l’ambiente.
Spalletti infatti è un artista che conduce la sua ricerca attraverso i rapporti tra la luce, il colore e lo spazio circostante. Non ultima la sua variegata scelta dei materiali che spaziano dal legno e marmo all’onice e alabastro. Di quest’ultimo afferma: «Il colore, a volte nascosto a volte no, conferisce alla pietra sfumature di cipria. Guardando questa geometria cristallina, mi sembra che da un momento all’altro debba rompersi, tornando ad essere acqua». Il colore rappresenta un punto centrale della sua opera, che diventa vero e proprio “spessore materico” e “pulviscolo atmosferico”. Ciò è dato anche dalla tecnica usata da Spalletti per rendere le superfici: vengono composti una serie di strati di colore ad olio, pigmento e gesso che successivamente subiscono un procedimento di abrasione. Le tonalità così si mostrano nella loro nuda assenza di luminosità. Mentre in Foglie del 1969 utilizza colori saturi e brillanti come il rosso o il verde, successivamente la gamma cromatica si restringerà a tonalità tenui come la scala degli azzurri o dei rosa. «Uso il rosa come colore dell’incarnato, che non ha mai una fissità, ma si trasforma insieme all’umore: da gioioso diventa pallido oppure livido» (Ettore Spalletti). Questo studio sui colori ha qualche affinità con le teorie di Kandinsky, il quale attribuiva delle qualità specifiche ad ogni colore. In particolare è comune ai due artisti l’interesse per l’azzurro, che per Kandinsky aveva una vocazione alla profondità: «La vocazione del blu alla profondità è così forte, che proprio nelle gradazioni più profonde diviene più intensa e intima. Più il blu è profondo e più richiama l’idea di ‘infinito, suscitando la nostalgia della purezza e del soprannaturale. È il colore del cielo, come appunto ce lo immaginiamo quando sentiamo la parola “cielo”» (da Lo spirituale nell’arte).  Sulla stessa linea affermerà Spalletti: «L’azzurro è il colore atmosferico, in cui siamo continuamente immersi, è il colore del cielo. […] È un colore che si offre sempre in maniera diversa, si sposta verso il grigio, verso il verde, verso l’oltremare. Il cielo mediterraneo è un cielo di meditazione, quando fai una passeggiata sul mare, vedi l’azzurro che diventa sempre più profondo; e verso sera diventa tutto d’argento, la linea dell’orizzonte non si vede più, il mare si congiunge con il cielo. Senti che lo spazio non finisce mai, non c’è immagine […]».
Il tendere verso l’infinito ha una valenza spirituale che Spalletti riprende anche dall’arte medievale, soprattutto quella bizantina, con l’uso della foglia d’oro che pone sullo spessore delle opere. Così in Davanzale Oro (2000) e in altri oggetti esposti il bagliore dell’oro crea un alone luminoso attorno ad esse. Sembra che Spalletti abbia voluto riconferire “l’aura” all’opera d’arte, che secondo Walter Benjamin si era persa nell’età della riproducibilità tecnica.

Colore, luce, materia e linea. I suoi strumenti sembrano più simili alla pittura che alla scultura, anche se il richiamo agli elementi fondamentali dell’architettura, come la colonna (Colonna di colore, 1979), sono sempre presenti.  «Io mi penso un pittore, un pittore che ha dipinto anche il tuttotondo. Quando ho dipinto la colonna volevo provare a rivedere con gli occhi della contemporaneità un oggetto che ha attraversato tutta la storia dell’arte» (Ettore Spalletti).

Annapaola Di Maio

 

Info:

Un giorno così bianco, così bianco

dal 13 Aprile al 18 Agosto 2014

Museo MADRe, via Settembrini 79, Napoli

Lun-Sab 10.00-19.30 Dom 10.00 – 2o.00 (Martedì chiuso)

Le altre mostre:

MAXXI, Roma

dal 13 Marzo al 14 Settembre 2014

GAM, Torino

dal 27 Marzo al 15 Giugno 2014

 

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2 thoughts on “A day so white, so white…

  1. Certo, la rilettura delle didascalie a corollario delle opere è davvero importante specialmente se ci offrono la possibilità di capire il credo dello Spalletti. Ma anche una non-lettura delle stesse offrono una interpretazione del pensiero dell’artista semplicemente osservandole e lasciando all’astante una sua interpretazione. A me è capitato di intuire un legame dello scultore con l arte del polittico. Detto fatto. Detto intuito. Il (post) minimalismo è una forma così sfuggente, ma completa.

  2. Come hai sottolineato le opere di Spalletti riescono a comunicare anche senza bisogno di leggere un testo di supporto. Però penso che lo facciano solo con un animo predisposto alla lettura di opere che all’apparenza possono sembrare mute. Personalmente la prima volta che vidi la mostra rimasi colpita dalle squisite sensazioni estetiche che hanno suscitato in me le opere. La seconda volta è stata una conferma: l’arte di Spalletti parla allo spirito più che all’intelletto.

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