Dunque siamo, la politica relazionale di Elena Bellantoni

«Mi rivolto, dunque siamo» in questa frase del filosofo Albert Camus è racchiuso tutto il senso della mostra inaugurata il 16 luglio al Museo Archeologico Provinciale di Salerno, terza mostra del ciclo promosso dalla Fondazione Filiberto Menna e curato da Stefania Zuliani e Antonello Tolve, Tempo Imperfetto. L’artista protagonista di questo intervento site specific è Elena Bellantoni, che si divide nel suo lavoro tra l’Italia e Berlino, sostanzialmente definendo la sua situazione come quella di nomade. Laureata all’Università La Sapienza di Roma in Arte Contemporanea, ha studiato successivamente a Parigi e Londra, dove nel 2007 ottiene un MA (master) in Visual Art WCA University of Arts London. Nello stesso anno fonda Platform Translation Group e nel 2008 è cofondatrice dello spazio per la ricerca e le arti contemporanee 91mQ art project space di Berlino. Ha partecipato a mostre e residenze per artisti in Italia, Germania, Regno Unito, Spagna, Europa dell’Est e Sud America. Elena Bellantoni esprime la sua ricerca artistica attraverso opere video e performative come Ich bin… du bist (2009-2010), HALA YELLA addio/adiós  (2012-2013) e L’Intruso (2012). Quest’ultimo progetto si avvicina in modo particolare a quello pensato per il ciclo Tempo Imperfetto, come ha dichiarato la stessa Elena Bellantoni «L’Intruso è una performance di 20 minuti che ha molto a che fare con il presente lavoro, perché è ispirato a uno scritto di Jean-Luc Nancy, L’intrus, in cui l’autore racconta del trapianto che ha subito al cuore, una storia personale che però affronta temi più ampi come quelli dell’estraneità, dello straniero e dell’altro. In quel contesto ho collaborato con una stilista all’interno del progetto Vetrinale che coinvolgeva vari luoghi di Roma, tra design e moda, curato da Cecilia Casorati, Micol Di Veroli e Yuri Elena. Da Nancy arrivo alla riflessione su questo intervento, che si può considerare il proseguo di alcune parole chiave che ricorrono nel mio lavoro come l’identità, la relazione, l’alterità e il rispecchiamento. In questo senso si sviluppa il lavoro progettato per il Museo Archeologico e che parte dalla frase di Albert Camus “Mi rivolto, dunque siamo”, che ribalta il “Cogito ergo sum” cartesiano, e ridefinisce una pluralità, ossia un atto fisico di rivoltarsi e un atto politico, se vogliamo, che comprende il soggetto che diventa plurale. Per me questo sottolinea il concetto di speranza, un tentativo di solidarietà nella pratica artistica e nella ricerca».

Dunque Siamo

La prima opera che apre la mostra è quindi il neon Mi rivolto, dunque siamo che accoglie i visitatori all’esterno del Museo, inviando un messaggio che introduce al percorso e preannuncia il concetto di condivisione che deve partire necessariamente dall’esperienza singolare per divenire esperienza plurale, allargata. Un dialogo continuo con l’altro che nel caso dell’artista diventa anche il dialogo con la controparte critica, che si ritrova nel video I giocatori, e che Bellantoni così descrive: «Il video è stato realizzato nell’Area Archeologica di Fratte in aprile durante la mia prima visita a Salerno per effettuare il sopralluogo al Museo. Anche qui  si ritrova il “grande Altro”, in questo caso il critico (Angelo Trimarco, ndr) e la sua relazione con l’artista come due compagni di strada. L’invito è stato prima di tutto a prendere parte all’opera, giocando una partita a carte, da cui proviene il titolo del lavoro. Inizialmente vi è un percorso comune in cui il critico segue l’artista, ognuno compiendo il cammino a suo modo, ad esempio io trascinando la sedia e lui tenendola continuamente sollevata, ognuno quindi portando con sé le proprie caratteristiche. Ci ritroviamo poi in uno spazio comune, che è appunto l’Area Archeologica di Fratte, luogo che ho scelto perché quando sono venuta per la prima volta al museo sono rimasta molto colpita da tutti i reperti che provengono proprio da lì. Anche qui c’è un tema, quello della stratificazione che è restituita dall’archeologia e che si identifica per me con il lavoro di ricerca artistica, che è una stratificazione nel territorio, nel tempo». 

Dunque siamo - I giocatori

Il video è stato realizzato con la tecnica del multiscatto, ovvero una serie di fotografie assemblate, che restituisce una sequenza non fluida, un lavoro di riflessione proprio sulla materia dell’immagine video che indugia maggiormente su dettagli difficili da cogliere, come il variare della luce e il movimento delle foglie al vento. L’inganno viene svelato dall’artista a ogni variazione di inquadratura, sottolineata dal rumore di uno scatto fotografico che rivela la reale natura delle immagini. Inoltre, il tema dei giocatori ha illustri precedenti nel mondo dell’arte, come I giocatori di carte di Paul Cézanne (1890-95) e le diverse opere dedicate da Marcel Duchamp al gioco degli scacchi. «Quello che emerge da questo lavoro è che la partita si basa su una relazione tra gli sguardi e i gesti, in cui il critico sembra imitare le mosse dell’artista, per poi scoprire con un close up sul tavolo da gioco che in realtà stiamo giocando due solitari. Il tentativo di connessione c’è perché ci troviamo nello stesso luogo, però ognuno fa il suo gioco. Nel momento in cui mi alzo e vado via quello che resta è l’opera». Così spiega Elena Bellantoni la relazione tra artista e critico, che tentano di camminare su un sentiero comune, ma sono destinati a non sfiorarsi mai.

Tra il piano inferiore e quello superiore del Museo è collocata invece l’installazione La città sale, dal titolo che riecheggia la famosa opera futurista di Umberto Boccioni, un’azione svolta ai primi di luglio sul litorale salernitano che incarna il tema della trasformazione nel processo alchemico che porta l’acqua marina a diventare sale.  La metamorfosi compiuta da Elena Bellantoni riconduce all’atto impossibile della creazione artistica, stabilendo un rapporto personale con la città di Salerno che passa attraverso la sua poetica. L’installazione è composta da una serie di immagini proiettate da un diaproiettore, scelto proprio per il ritmo dato dal suo rumore, su un cumulo di sale. Il bianco diventa così filo conduttore dell’intera mostra, colore prescelto per il neon, per gli abiti indossati nel video I giocatori, nel minerale salino e, infine, nelle scritte che compongono l’ultima installazione, Il solitario solidale. Quest’ultima, formata da due specchi affrontati, implica una partecipazione performativa del pubblico che si ritrova in uno spazio ristretto a misura dell’artista (un metro e sessanta circa per quarantacinque centimetri). Un modo per entrare in relazione con l’artista adattandosi alle sue misure, una relazione che può avvenire soltanto se si è disposti a rivoltarsi per osservare correttamente le scritte sugli specchi. Le cartoline poste nei pressi dell’installazione invitano il visitatore a portare con sé tale esperienza e a diffonderla nella sua quotidianità. Le scritte imitano tutte una calligrafia semplice, così come lo sfondo delle cartoline è quello di un quaderno da prima elementare, come se fossero il frutto di un testo dettato da qualcun’altro. «Anche nell’apprendere ci affidiamo agli altri, formando una struttura di pensiero che è rappresentata dalla scrittura che qui diventa immagine e segno. Infine entra in gioco anche lo specchio, il doppio, con la sua capacità di riflettere all’infinito, moltiplicando i “sono” per diventare “siamo”, un plurale che riguarda il mondo esterno e allo stesso tempo quello interno. Una molteplicità di relazioni tra sé e gli altri, che riprende anche il romanzo pirandelliano Uno nessuno e centomila», come spiegato da Bellantoni.

Dunque siamo - Il solitario solidale

La relazione rappresenta quindi il punto focale della mostra, ed è alla base dell’esperienza artistica di Elena Bellantoni e del suo rapporto con il Museo che descrive come «Un luogo che apre nuovi scenari e luogo vivo con il quale entrare in relazione. Ed è infatti la bellezza di questo museo in particolare: essere dentro un museo archeologico con uno sguardo contemporaneo. È un lavoro sul limite tra il tempo presente, qui e ora, che racconta sia un passato sia un futuro che sta per arrivare. In questo modo ho declinato l’idea di Tempo Imperfetto con “Dunque siamo”, ora, nel presente al momento in cui si compie».

La mostra sarà visitabile fino al 6 settembre 2014, dal martedì alla domenica (lunedì chiuso) dalle ore 9.00 alle 19.30.

Info: Museo Archeologico Provinciale di Salerno

Annapaola Di Maio

articolo pubblicato su Zerottonove.it

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